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Autore: admin

Hillary Clinton, le “pressioni” di Netanyahu sugli Usa

La deposizione dei Clinton davanti a una commissione del Congresso può rappresentare una svolta nel caso Epstein. Negare non funziona più

Il mondo non trova un giorno di pace, anzi. Mentre i coniugi Clinton si trovano finalmente costretti a rispondere alle domande di una Commissione di parlamentari USA bipartisan riguardo a molte questioni, non ultima quella del loro coinvolgimento nel sempre più torbido affare Epstein, il presidente Trump continua a traccheggiare su un possibile attacco all’Iran.

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DENTRO GLI EPSTEIN FILES/ Ricatti, denaro e intelligence, cosa svela il dossier che fa tremare l’Occidente

Le ultime “rivelazioni” del Dipartimento di Giustizia USA sui files Epstein prefigurano crimini e turpitudini mai viste. Che ora fanno tremare certi governi

Gli Epstein files sembrano un pozzo senza fondo. Man mano che ci si prende la briga di sfogliare un po’ dei tre milioni e mezzo di pagine rilasciate, viene alla luce un metodo per ricavare soldi dalle operazioni finanziarie più spericolate e dalle perversioni più abbiette, fatti confermati nell’avvertimento scritto all’inizio del dossier dal Dipartimento di Giustizia americano: “Nei file rilasciati non compaiono immagini di sevizie, torture e morti, e per motivi di privacy i nomi delle persone coinvolte sono coperti”. In una parola, si può conoscere il peccato ma non il peccatore. Ma si parla addirittura di morti.

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CRANS-MONTANA/ Il fuoco ripreso col cellulare e la lezione di Keith Jarrett: la vita va vissuta, non ripresa

I video girati all’interno del pub “Le Constellation” di Crans Montana quando era già divampato l’incendio mostrano giovani intenti a filmare

Quoto da X, postato dalla giornalista indipendente Azzurra Barbuto: “Il video, girato dall’interno della discoteca svizzera, pochi istanti prima della tragedia, è agghiacciante non solo per ciò che mostra, ma anche per ciò che rivela. Le fiamme divampano. Il fumo si espande. Il pericolo è immediato, evidente, mortale. Eppure, anziché fuggire, molti ragazzi filmano

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Scudo europeo: cosa c’è davvero nel nuovo progetto UE

Scudo europeo per la democrazia: un progetto che solleva più dubbi che garanzie

La capacità di Ursula von der Leyen di introdurre nuove iniziative politiche non sembra conoscere pause. L’ultima proposta – lo Scudo europeo per la democrazia (Democratic Shield) – viene presentata come un baluardo a difesa dello spazio informativo, ma rischia di trasformarsi in un dispositivo capace di ridurre la libertà di espressione all’interno dell’Unione.

La presentazione ufficiale e la retorica del “rafforzamento democratico”

Il progetto è stato illustrato dalla commissaria Henna Virkkunen, responsabile di Sovranità tecnologica, sicurezza e democrazia, insieme al commissario irlandese Michael McGrath. L’obiettivo dichiarato è proteggere la qualità dell’informazione, garantire elezioni trasparenti, sostenere media “indipendenti” e accrescere la resilienza della società europea.

Al centro della proposta c’è la creazione di un Centro europeo per la resilienza democratica, presentato come una struttura di coordinamento tra Stati membri, con il compito di individuare, prevenire e contrastare minacce alla sfera informativa.

I punti critici del progetto: controlli, filtri e poteri accentrati

Dietro la narrativa ufficiale emergono elementi problematici. Il nuovo Centro dovrebbe lavorare in stretta connessione con il sistema di allerta rapido del Servizio europeo per l’azione esterna, mentre Bruxelles prevede un ampliamento delle reti di “rilevatori indipendenti di fake news”. Inoltre, verranno aumentati i finanziamenti a media considerati “affidabili” e a organizzazioni civiche impegnate nella lotta alla disinformazione.

Definizioni vaghe, che lasciano ampio margine di discrezionalità. L’esperienza recente ha mostrato quanto sia fragile e discutibile l’indipendenza di molti fact checker, spesso allineati alle istituzioni che li selezionano.

Il ruolo del Digital Services Act e la questione dei controllori

Il progetto prevede di dotare il Digital Services Act di strumenti più coercitivi, rafforzando la capacità dell’UE di intervenire direttamente sui contenuti online. Una scelta che alimenta la domanda fondamentale: chi garantisce l’imparzialità di chi decide cosa sia legittimo e cosa no?

Molti europarlamentari hanno approvato il DSA senza cogliere le implicazioni nascoste nel linguaggio tecnico del provvedimento, una tecnica legislativa ormai ricorrente: votare principi generici per poi integrarli con direttive più restrittive.

L’idea di un servizio di intelligence europeo sotto la Commissione

Parallelamente al Democratic Shield, la presidente della Commissione ha rilanciato l’idea di creare un servizio di intelligence europeo direttamente subordinato al suo ufficio.
Secondo la proposta, i servizi segreti nazionali dovrebbero condividere i propri dati sensibili con la struttura centrale.

Una prospettiva che incontra già resistenze: diversi Paesi hanno fatto sapere che non intendono cedere informazioni strategiche di tale importanza.

Critiche crescenti e concentrazione del potere nelle mani della Commissione

In un contesto in cui aumentano le contestazioni sulla gestione del bilancio europeo e le richieste di dimissioni, von der Leyen continua a proporre strumenti che accentuano ulteriormente il suo potere decisionale. Secondo molti analisti, questa dinamica rischia di ritorcersi contro di lei, soprattutto se dovesse scontrarsi con gli interessi dei servizi segreti nazionali.

Il nodo della trasparenza e il precedente dei vaccini

Resta infine un interrogativo centrale: come può rivendicare trasparenza chi, per l’acquisto di vaccini costati decine di miliardi, ha condotto trattative private tramite messaggi poi scomparsi, senza coinvolgere il Parlamento europeo?
Un precedente che rende ancora più delicato il tema della gestione dei fondi destinati ai media e alla comunicazione.

Matrix digitale: le mie riflessioni sul futuro della comunicazione

Sono stato invitato dal gruppo QDV (Quei Del Vendre) per un incontro dedicato al futuro della comunicazione digitale e al rapporto tra informazione, tecnologia e libertà individuale. Davanti a una sala piena, ho condiviso una visione che definisco senza giri di parole “realistica e disincantata”.
A mio avviso, oggi viviamo in un contesto che ricorda da vicino l’immaginario di 1984 di George Orwell.

La frammentazione dell’attenzione e la crisi del pensiero profondo

La mia analisi parte dall’esperienza maturata in decenni di lavoro nella comunicazione e dal confronto con tre generazioni di studenti universitari. Sono convinto che il passaggio dall’analogico al digitale abbia creato una frattura profonda nel nostro modo di pensare e relazionarci con le informazioni.

Parlo spesso di attenzione parziale costante: un flusso continuo di notifiche, stimoli e micro-contenuti che impedisce di approfondire, riflettere e memorizzare. Secondo diverse ricerche internazionali, circa il 70% degli italiani fatica a sintetizzare un testo mediamente complesso. È un dato che conferma quella che considero una forma di “analfabetismo di ritorno”.

Informazione, potere e omologazione del linguaggio mediatico

Una parte centrale della mia riflessione riguarda la concentrazione del potere informativo. Ritengo che questo processo abbia radici storiche lontane e che oggi sia riconducibile a grandi gruppi economici globali.
Ho citato alcuni esempi e tendenze che, a mio avviso, mostrano come i capitali di pochi attori internazionali influenzino non solo i mercati, ma anche il modo in cui le notizie vengono selezionate, interpretate e diffuse.

Questa omologazione — volontaria o indiretta — finisce per uniformare il linguaggio dei media e ridurre lo spazio per un vero pluralismo informativo. Le mie considerazioni hanno suscitato un dibattito vivo e articolato con i presenti.

Intelligenza artificiale: potenza tecnologica e rischio di manipolazione

Ho poi affrontato il tema dell’intelligenza artificiale, che considero uno strumento straordinario ma privo di coscienza. La sua gestione nelle mani di poche grandi aziende espone gli utenti al rischio di condizionamento, soprattutto se la tecnologia diventa l’intermediario principale delle nostre decisioni.

Ho espresso anche le mie perplessità riguardo a progetti come identità digitale, sistemi di controllo delle comunicazioni e modelli urbanistici “a 15 minuti”. Se applicati senza adeguate garanzie, possono trasformarsi in strumenti di sorveglianza più che di semplificazione.

Ritrovare senso critico, educazione e comunità

La moderatrice, Maria Pia Simonetto, mi ha chiesto se vedessi segnali di speranza.
La mia risposta è sì: la prima forma di resistenza civile è la diffusione del senso critico. Non credo in piccoli partitini o movimenti estemporanei; credo invece nella costruzione di comunità, reti solidali, dialogo tra famiglie e scuole.

Per i più piccoli, la priorità per me è chiara: diminuire l’esposizione agli schermi. Bisogna farli scrivere, disegnare, costruire, utilizzare le mani. È così che si riattiva il pensiero profondo e si sviluppano capacità che la tecnologia tende ad atrofizzare.

Tecnologia, libertà e responsabilità: una sfida aperta

Pur delineando un quadro complesso, ho voluto concludere con un invito alla vigilanza e alla lucidità. La storia insegna che i grandi sistemi collassano sempre dall’interno, per perdita di coesione e degenerazione del potere. Il nostro compito, oggi, è mantenere viva la capacità di analisi e non rinunciare alla libertà interiore, anche in un mondo sempre più mediato dalla tecnologia.

Da Schwab all’Ucraina e Trump: come i media mainstream governano un mondo al capolinea

Il clima soffocante del pensiero unico

Sempre più spesso mi stupisce vedere editorialisti, dirigenti di istituti geopolitici, scrittori, cronisti e conduttori tv esprimere certezze granitiche su chi sia il buono e chi il cattivo nello scenario di guerra che sta travolgendo il mondo. È quasi impossibile dialogare: basta proporre un pensiero alternativo per essere etichettati come complottisti, reazionari, fascisti, no-vax, antisemiti, putiniani. Qualsiasi stigma è utile per zittire chi tenta di esercitare un minimo di senso critico.

Le ipotesi che nessuno vuole considerare

Proviamo a immaginare.
Poniamo che il Deep State esista davvero.
Poniamo che BlackRock muova un volume finanziario paragonabile al PIL del terzo Paese più ricco della Terra.
Poniamo che una parte del suo potere arrivi dall’industria delle armi e che influenzi governi, crisi, migrazioni.
Poniamo che qualcuno voglia ridurre la popolazione mondiale, in linea con il famoso “non avrai nulla e sarai felice” di Klaus Schwab.

Le tesi dichiarate da Schwab e Harari

Queste non sono ipotesi: sono dichiarazioni pubbliche del fondatore del World Economic Forum e del suo intellettuale di riferimento, Yuval Noah Harari. Schwab si è vantato di aver posizionato uomini fedeli nei governi e nelle grandi multinazionali: Trudeau, Rutte, Fink, Macron e molti altri, tutti sostenitori di un globalismo sempre più aggressivo e di una Nato in postura belligerante.

Le prime crepe nella narrazione dominante

Il Deep State, però, sta pagando la fretta.

La crisi del dogma climatico

Nel dibattito sul riscaldamento globale, 1900 scienziati indipendenti hanno dimostrato che la componente antropica è minima. Il risultato? Le politiche green appaiono sempre più inefficaci e costose. L’auto elettrica, un tempo cavallo di battaglia dell’industria, sta crollando proprio per ammissione dei produttori.

La stanchezza verso l’ideologia woke

La spinta alla fluidità di genere ha iniziato a irritare il pubblico: Budweiser ha perso 27 miliardi dopo la campagna con una modella transgender, la Disney registra flop consecutivi per l’eccessiva impronta woke.

Il boomerang delle sanzioni alla Russia

Le sanzioni non hanno piegato la Russia: il suo PIL cresce, mentre insieme alla Cina sta ampliando il fronte dei BRICS. Questo scenario prefigura la possibile fine del dominio globale del dollaro.

Chi guida davvero l’Occidente

Chi osserva senza pregiudizi vede che ai vertici dei Paesi occidentali non ci sono più statisti, ma intelligence: MI6, Mossad, CIA. Sul piano militare sanno benissimo che la guerra in Ucraina è persa. E per evitare un’umiliazione della Nato, si ipotizza che abbiano imboccato strade ancora più pericolose.

Il caso Crocus e la narrazione usa-e-getta

L’attentato al Crocus di Mosca è stato attribuito mediaticamente all’ISIS. Ma la dinamica, gli errori degli esecutori e le informazioni di intelligence raccontano altro. In molti ritengono che i veri mandanti siano legati a Ucraina, Usa e Regno Unito. Perfino la Turchia e un ex ambasciatore indiano lo hanno dichiarato apertamente.

Le spaccature interne al Deep State

Come nella CIA, anche nel Deep State stanno emergendo divisioni. Una fazione è convinta che Trump vincerà le prossime elezioni e non vuole trovarsi contro il possibile nuovo presidente.

La guerra al sistema Windsor

Da qui il rinnovato interesse mediatico verso la monarchia britannica: scandali sessuali, Epstein, coinvolgimenti imbarazzanti, soffiate pilotate. Non è gossip: è geopolitica.

La variabile musulmana nelle elezioni USA

Molti analisti sottovalutano un elemento decisivo: la popolazione musulmana negli Stati Uniti. È più ampia di quanto si pensi, anche per ragioni storiche legate alla tratta degli schiavi. Parte di questo mondo, insieme ai giovani e ai pacifisti, si sta spostando verso Trump, scontento delle scelte di Biden su Gaza e Ucraina.

Eppure i media continuano a raccontare che “Trump è solo leggermente avanti nei sondaggi”.

Il doppio standard sull’informazione di guerra

Mentre i missili russi colpiscono obiettivi militari con poche vittime civili, ogni bombardamento israeliano provoca decine di morti innocenti. Ma questa sproporzione non trova spazio nelle prime serate televisive occidentali.

Il mondo sull’orlo e i media che giocano a Risiko

Siamo davvero a un passo da una guerra mondiale, alimentata da chi cerca la scintilla giusta per farla scoppiare. I media mainstream, però, trattano la situazione come se fosse un gioco da tavolo.

Come avrebbe detto Flaiano: la situazione è disperata, ma non seria.

Il Carosello ci ha fregati?

La pubblicità: un mestiere magnifico, se fatto seriamente

Continuo a pensare che la pubblicità, quando è fatta con serietà e competenza, sia uno dei mestieri più belli che esistano. È un lavoro che nasce dall’incrocio tra ricerche sociali, strategie di marketing e capacità di creare una comunicazione capace di fissarsi nella mente e nel cuore delle persone.
Un mestiere che richiede competenze trasversali: marketing, sociologia, semiotica, letteratura, cinema, televisione. Oggi, naturalmente, anche social media e digitale.

Gli esordi: le botteghe rinascimentali della pubblicità

Quando ho iniziato io, alla fine degli anni Sessanta, scuole di pubblicità non ce n’erano. I creativi arrivavano da lettere, sociologia o filosofia; gli altri da economia.
Qualunque fosse il percorso di studi, si entrava come “pulcini” alla ricerca di una chioccia. Le agenzie erano vere botteghe: un direttore creativo di grande spessore e, intorno a lui, un gruppo di giovani che sperimentavano e crescevano.

La grande stagione della formazione

Fino a metà anni Novanta esisteva un corso eccellente finanziato dalla Regione Lombardia e gestito dall’AssAP. Sessanta candidati, sessanta tutor, venti giorni al mese in agenzia e tre in aula.
Da lì sono usciti i professionisti che oggi guidano le agenzie italiane e internazionali. Poi, quando il mercato non riuscì più ad assorbirne abbastanza, il corso venne chiuso.

Le multinazionali e gli anni d’oro

Lavorare in una multinazionale significava confrontarsi con clienti di cultura elevatissima e viaggiare spesso tra New York e Londra. I creativi erano i più fortunati: in pieno inverno potevano trovarsi su una spiaggia esotica a girare uno spot.

La mia presidenza dell’AssAP

Nel 1993 mi chiesero di candidarmi alla presidenza dell’AssAP, perché due figure storiche della pubblicità non riuscivano a trovare un accordo. Nacqui come presidente di transizione, rimasi cinque anni.
Puntai tutto sulla formazione, soprattutto nei nuovi media che stavano emergendo, e arrivai a rappresentare l’Italia nel Board dell’Associazione Europea delle Agenzie di Pubblicità.

Carosello, il nostro ritardo culturale

Fino agli anni Settanta la pubblicità ruotava intorno a Carosello: un piccolo spettacolo serale dove era vietato parlare di prodotto se non nel “codino” finale.
Una scuola divertente e creativa, certo, ma che rallentò l’evoluzione della pubblicità italiana rispetto allo scenario internazionale.

Gli anni Ottanta e la rivoluzione della tv privata

Con l’emittenza privata la pubblicità esplose. Ma a metà degli anni Novanta iniziò una tendenza contro cui lottai invano: lo spostamento del potere dagli uffici creativi ai Centri Media.

L’ascesa dei Centri Media

Per anni l’agenzia era “a servizio completo”: strategia, ricerche, creatività, produzione, media, pr, promozioni.
Poi qualcuno capì che il vero profitto stava nell’acquisto degli spazi. A fine anno gli extra-sconti generavano guadagni enormi, non condivisi con i clienti.

Da lì nacquero i Centri Media: strutture dedicate alla pianificazione e all’acquisto mezzi. In quegli anni le agenzie prendevano il 15% dell’investimento media: una revenue che, raddoppiando i budget, diventava gigantesca.

La caduta delle commissioni

I clienti internazionali capirono il meccanismo e cominciarono a ridurre le commissioni: dal 15% al 2%, a volte meno.
Il risultato? Oggi il mondo è dominato da tre colossi globali dell’advertising, con un potere d’acquisto e una capacità di sconto enorme.

La svalutazione della creatività

Per mantenere il controllo dei budget media, molte agenzie iniziarono a sostenere che, a fronte della pianificazione mezzi, tutto il resto “costava poco”.
Ed è qui che la creatività ha cominciato a perdere valore.
La crisi ha completato l’opera: tagli, ridimensionamenti, giovani inesperti in sostituzione dei professionisti, e nessun maestro a formare la nuova generazione.

L’addio dei maestri

Molti grandi direttori creativi, gli ultimi custodi della bottega rinascimentale, si sono dimessi in blocco.
Quando chiesi perché, risposero:
“Un vero direttore creativo non si accontenta della prima idea. Ha bisogno di tempo, di sperimentare. Se tutto questo viene percepito come perdita di tempo, meglio andare altrove”.

Il mito del data-driven e la fine dello storytelling?

Bank of America Merrill Lynch annunciò la morte della creatività a favore del marketing data-driven. Poco dopo esplose il caso Cambridge Analytica, che incrinò questo nuovo dogma.

Come disse Andrea Concato:
“Quando hai trovato Gino grazie ai dati, qualcosa dovrai pur dirgli”.

Il futuro del mestiere

La verità è semplice: senza maestri non c’è futuro.
Occorre tornare a insegnare strategia, linguaggio, cultura del brand.
Altrimenti uno dei mestieri più belli del mondo rischia di sparire.
E nessun robot potrà sostituire ciò che nasce dall’immaginazione umana.

Così ho visto nascere Mediaset e finire il monopolio Rai

Silvio Berlusconi, un Tycoon che ha cambiato la televisione italiana

I miei primi incontri con il Cavaliere

Quando ripenso all’epoca in cui ho conosciuto Silvio Berlusconi, mi rendo conto di aver incrociato da vicino un passaggio decisivo della storia dei media italiani. Prima di entrare nel suo universo, avevo fondato – insieme a molti giovani del movimento di Comunione e Liberazione – una delle prime radio private di Milano. Era il 1976 e, dopo Radio Milano International, iniziarono a comparire diverse realtà come Radio Montestella, Canale96 e Radio Regione.

In pochi mesi, da un piccolo scantinato e poi da un appartamentino in via Statuto, avevamo costruito un palinsesto di sedici ore con programmi di musica, cultura, spazi per bambini, talk show e un gruppo di trecento universitari pronti a raccontare la città. Arrivammo rapidamente a 120.000 ascoltatori: un risultato inatteso che attirò l’attenzione di Fedele Confalonieri.

Il sostegno di Confalonieri

Confalonieri comprese il valore del nostro lavoro volontario e per tre anni ci garantì un contributo alle spese. Quell’esperienza, registrata ufficialmente come “quotidiano radiofonico cittadino di informazione, musica e cultura”, permise a molti giovani di ottenere il praticantato giornalistico e avviarsi a una carriera importante.

Fu in quel contesto che Berlusconi sentì parlare di me e iniziò a coinvolgermi nei primi ragionamenti sulla possibilità di costruire una televisione privata.

Dentro il laboratorio delle prime tv private

Berlusconi mi invitò ai primi brain-storming nei suoi uffici di Foro Bonaparte e poi spesso mi portava con sé ad Arcore sulla sua Fiat Argenta. Uno dei primi ambienti che mi colpirono fu la sua stanza di lavoro: una grande porta scorrevole d’acciaio in puro stile cinematografico e una serie di tavoli disposti a quadrato, ognuno con un progetto da analizzare. Era il suo modo di pensare: sempre un passo avanti, sempre immerso in nuove idee.

Ricordo quando mi mostrò con orgoglio i progetti dei quartieri residenziali commissionati dallo Scià di Persia. Tutto svanì con la caduta di Reza Pahlavi, ma lui sembrò già altrove, concentrato sulle sue ambizioni televisive.

Silvio Berlusconi come Tycoon

Aveva ragione Giorgia Meloni quando lo ha definito un combattente. La parola “Tycoon” – magnate e dominatore – gli si addiceva perfettamente. Berlusconi aveva una volontà incrollabile, unita a una capacità innata di vedere opportunità dove altri vedevano limiti.

L’inizio della tv commerciale

Lavorare con lui non era semplice: la sua era sempre l’ultima parola. Seguiva luci, inquadrature, studi, casting, e raramente sbagliava. Per aggirare l’impossibilità di trasmettere contemporaneamente in tutta Italia, inventò un sistema di distribuzione dei programmi registrati, il celebre “pizzone”, recapitato ogni notte da una squadra di motociclisti. Un’idea tanto semplice quanto rivoluzionaria.

Le contestazioni dei pretori furono superate dal decreto Berlusconi/Agnes firmato da Craxi, che aprì la strada al duopolio poi sancito dalla legge Mammì nel 1990.

Perché non andai a lavorare con lui

In quegli anni mi propose di entrare nel gruppo, ma preferii proseguire la mia carriera nelle grandi multinazionali della pubblicità, dove il Presidente era altrettanto autoritario… ma molto più lontano. Il destino, però, ci fece reincontrare nel 1993, quando divenni presidente dell’Associazione italiana delle agenzie di pubblicità.

Le cene ad Arcore

Le trattative per trovare un equilibrio tra broadcaster e agenzie portarono a innumerevoli serate ad Arcore. In quelle occasioni il Cavaliere amava stupire gli ospiti: rose d’argento Buccellati per tutte le signore, flute in argento Cartier consegnati all’uscita, film di prima visione proiettati nella sala privata dopo aver recuperato la copia di scorta dai cinema del centro. Era il suo modo di vivere e mostrare la passione per l’audiovisivo.

Il mio arrivo in Rai

Alla fine del 1997 un senatore amico mi suggerì di inviare il mio curriculum per il nuovo Cda Rai. Non ci pensai più, convinto che le nomine fossero tutte politiche. Scoprii invece dai telegiornali di essere stato nominato “in quota Forza Italia”, un’etichetta che mi ritrovai addosso senza averla mai cercata.

Confalonieri mi inviò un telegramma ironico: “Scopro dai giornali che saresti di Forza Italia. Non lo sapevo. E forse neanche tu”.

La delega ai nuovi media

In minoranza nel Cda, scelsi la delega ai nuovi media e cominciai a lavorare sul futuro digitale della Rai. Nessuna pressione politica, nessuna chiamata di raccomandazione: solo incontri occasionali a Palazzo Grazioli per discutere, in termini generali, del ruolo del servizio pubblico.

Il caso Luttazzi e la mia quasi dimissione

Il momento più delicato fu quello dell’“editto bulgaro”. Ero già molto critico verso il linguaggio volgare e l’imitazione dichiarata degli autori americani da parte di Luttazzi. Dopo una scena particolarmente oscena, dichiarai pubblicamente che non potevo restare in un’azienda che calpestava così il servizio pubblico.

Berlusconi mi disse che stavo facendo la cosa giusta. Ma Cossiga, informato subito da me, chiamò Ciampi e un comunicato del Quirinale invitò alla calma: tutto rientrò.

Rainet e l’inizio dell’era digitale

Terminato il mandato Rai, mi impegnai a costruire Rainet, la struttura che avrebbe anticipato l’attuale RaiPlay. Con me lavoravano persone che oggi ricoprono ruoli chiave nell’azienda, segno che quell’intuizione ha avuto un peso reale nella trasformazione digitale del servizio pubblico.

Berlusconi, nelle nostre chiacchierate, mi chiedeva perché continuassi a occuparmi di internet, “dove si guadagna pochissimo”. Aveva ragione solo in parte: all’epoca gli spot televisivi erano una macchina formidabile, ma il futuro sarebbe arrivato di lì a poco.

Il livello culturale e la competizione al ribasso

Se tecnicamente Mediaset ha contribuito a risvegliare la Rai, sul piano culturale la competizione al ribasso ha impoverito entrambi. Per attirare pubblicità, il servizio pubblico ha finito per rincorrere modelli commerciali che hanno abbassato la qualità generale dei contenuti.

Un ultimo aneddoto che dice tutto

Durante una delle cene ad Arcore, Berlusconi mi portò a visitare il mausoleo progettato da Pietro Cascella. Tornando verso il giardino, notai un cippo di marmo bianco senza incisioni. Alla mia domanda, rispose: “Devo ancora farci scrivere ‘Cascella et Berlusconi fecerunt’, perché ho dovuto rifare io il progetto”.

Qualche tempo dopo raccontai l’episodio a Montanelli. Si illuminò e disse: “In questa frase c’è tutto Berlusconi. Lui è sempre il più bravo di tutti”.

Innovazione tecnologica: al bivio tra uomo e sfruttamento

Un metodo per capire dove vanno i media

Mi capita spesso che qualcuno mi chieda se ho una “sfera di cristallo”, perché in più di un’occasione ho anticipato l’evoluzione dei media e delle loro tecnologie. La verità è molto meno romantica: non ho mai avuto visioni, ho solo applicato un metodo.

Incrocio in modo interdisciplinare i trend di settori diversi, li confronto con i cambiamenti sociali, economici e culturali, e soprattutto provo a leggerli alla luce di una costante: il modo di pensare, desiderare, temere dell’essere umano.
È un approccio che ho imparato da Ira Carlin, già CEO worldwide del centro media del gruppo Interpublic, e che ho descritto in dettaglio in un mio saggio.

Grazie a questo metodo, alla fine degli anni Novanta riuscii a individuare una “terza via” tra le visioni allora dominanti di Gilder e Kubey (Teleputer vs Compuvision), che oggi è di fatto la sintesi che viviamo quotidianamente.
E sì, sempre in quegli anni suggerii l’idea di una fiction sui Medici: ci sono voluti vent’anni perché si realizzasse, ma alla fine ci siamo arrivati.

Perché tv ed editori non hanno voluto vedere

Quando nel 1994, sulle pagine del Sole24Ore dedicate ai media, spiegavo dove stavano andando televisione e comunicazione, ero presidente dell’Associazione Italiana delle Agenzie di Pubblicità. Una posizione che avrebbe potuto rendere quelle analisi ascoltate. Non è andata così.

Il motivo è semplice, e lo vediamo anche oggi con l’entusiasmo acritico per big data e intelligenza artificiale:
l’interesse immediato del business vince sulla capacità di mettersi in discussione.

All’epoca la tv era (e in parte è ancora) un affare d’oro.
Dire che la sua centralità si sarebbe ridotta, che i media si sarebbero frammentati, era vissuto quasi come terrorismo commerciale.
Così ci si è ostinati a difendere lo status quo, invece di ripensare il modello.

Quando poi sono stati costretti a prendere sul serio il web, editori pubblici e privati hanno usato internet soprattutto come vetrina promozionale dei canali tv, dimenticando che ogni medium ha le sue modalità di fruizione, i suoi tempi, il suo linguaggio.

Gli errori speculari della carta stampata

Gli editori della stampa hanno commesso lo stesso errore, in modo forse ancora più clamoroso.
Hanno pensato che il sito servisse solo a promuovere il giornale cartaceo e, per anni, hanno regalato l’informazione online.

Ora è molto difficile convincere i lettori a pagare per qualcosa che è sempre stato offerto gratis.

A questo si aggiungono:

  • rassegne stampa radio
  • aggregatori di notizie gratuiti
  • feed infiniti di contenuti indifferenziati

E c’è un problema strutturale:
gli editoriali chilometrici, pieni di erudizione, che non tengono conto della “costante attenzione parziale”.
Montanelli e Biagi riuscivano a spiegare questioni cruciali in sessanta righe. Oggi molti editorialisti ne usano diecimila.

Ultimo errore, ma non meno grave: l’eccesso di contenuti sulle home page dei quotidiani online.
Scroll interminabili con un’insalata di notizie serie, gossip, foto ammiccanti e curiosità superflue.
Risultato: l’utente si scoraggia e preferisce leggere un riassunto su Google News.

Fare vero lavoro editoriale significa selezionare poche notizie importanti, trattarle con sintesi e chiarezza, e rimandare il resto a un secondo livello di lettura.
Eppure questo principio elementare continua a essere ignorato.

Algoritmi, I.A. e un entusiasmo poco critico

Spesso metto nello stesso calderone la retorica sugli algoritmi e quella sull’intelligenza artificiale. Non perché non ne veda le potenzialità, ma perché noto lo stesso atteggiamento: si spinge sull’acceleratore per interesse immediato, non per visione.

Le grandi società di consulenza informatica, monopoliste nei servizi tecnologici, si sono buttate su big data e algoritmi presentandoli come la nuova frontiera in cui solo loro saprebbero muoversi.
Per farlo, hanno iniziato ad acquisire agenzie “digitali”, cercando di sottrarre clienti alle agenzie di pubblicità tradizionali.

Ma stanno sottovalutando due punti fondamentali:

  • costruire e far vivere una marca non è lavoro da lasciare a un plotone di nerd che digitano tutto il giorno su una tastiera;
  • una volta che hai “trovato Gino” grazie ai dati, devi ancora saper cosa dirgli.

I dati in sé sono una commodity.
Il valore nasce quando si uniscono strategia, creatività e conoscenza profonda delle persone.

Per di più, si sta iniziando a dubitare che grandi numeri di click e visualizzazioni si traducano automaticamente in vendite reali. Il che dovrebbe far riflettere parecchio.

Il ruolo (smarrito) delle agenzie di pubblicità

Le agenzie tradizionali hanno commesso un doppio errore:
prima sono diventate soprattutto intermediari di acquisto spazi; poi si sono lanciate a loro volta sugli algoritmi dimenticando il loro DNA.

Eppure possiedono un patrimonio prezioso:
la capacità di costruire valore di marca nel tempo, di raccontare storie che parlano alle persone, di lavorare sulla memoria e sull’immaginario.

In un’epoca di attenzione frammentata, servono proprio queste competenze:
narrazioni interessanti, radicate in un sano back-to-basics, capaci di dialogare con bisogni umani antichi.

Perché, per quanto cambino le tecnologie, le pulsioni fondamentali dell’essere umano – paure, desideri, speranze – sono le stesse da centinaia di migliaia di anni.

Troppa tecnologia, poca innovazione umana

Di intelligenza artificiale si parla da settant’anni.
La vera novità di oggi non è l’idea in sé, ma la potenza di calcolo e la possibilità di elaborare, in tempo reale, enormi quantità di dati.

Questo ha reso possibili applicazioni impensabili fino a pochi anni fa.
Ma il ritmo con cui tutto cambia è talmente rapido che spesso manca il tempo per fermarsi a riflettere sugli effetti, anche filosofici, di ciò che stiamo facendo.

Chi ha accumulato vantaggi nel campo della consulenza informatica coltiva il mito delle “magnifiche sorti e progressive” dell’I.A., proponendosi come unico depositario del sapere.
Io li vedo spesso come apprendisti stregoni a caccia di business.

Può sembrare una bestemmia, ma credo si possa dire che oggi abbiamo più tecnologia di quella che sappiamo usare in modo sensato per lo sviluppo umano.

Si mitizza il futuribile:
auto senza pilota in città che non sono progettate per ospitarle, robot che sostituiscono l’uomo nelle lavorazioni ripetitive ma lo relegano a mansioni residuali, mal pagate, logoranti.

In molte realtà di logistica e consegna a domicilio si sta tornando a condizioni simili a quelle raccontate in Tempi Moderni di Chaplin.
È questo che chiamiamo innovazione?

Se l’innovazione tecnologica non genera anche innovazione sociale, allora è un gigantesco buco nell’acqua.

Robot utili e robot finti “umani”

Non sono affatto cieco di fronte ai risultati straordinari di robotica, cibernetica e I.A. in campi come la medicina o la sicurezza.
Ho visto soluzioni eccezionali al Cefriel, come l’airbag per motociclisti sviluppato per Dainese, o gli esoscheletri dell’Istituto Italiano di Tecnologia che aiutano i malati di SLA.

Ma trovo ingannevole l’operazione culturale dietro certi robot antropomorfi, costruiti per sembrare “quasi umani”, e poi descritti come portatori di “pensiero autonomo”.
In realtà eseguono programmi scritti da uomini, reagiscono secondo logiche predefinite e, alla fine, non fanno che replicare all’infinito i pregiudizi inseriti in origine.

Per quanto si usino parole affascinanti come machine learning e deep learning, resta un fatto:
un linguaggio bidimensionale come quello informatico non può elaborare il pensiero astratto nella complessità in cui lo fa una mente umana.

Una slide di Stefania Bandini, con cui mi confronto spesso, lo spiega meglio di mille discorsi: un uomo tiene in braccio un gatto che si divincola.
Domanda: un robot saprebbe davvero farlo?
Chi vuole capire, capisce.

OTT, dati e democrazia impoverita

Guardando al futuro immediato sono particolarmente preoccupato dallo strapotere delle imprese OTT.
Non solo maneggiano i nostri dati con grande disinvoltura, ma spingono sull’innovazione non per aiutare le persone, bensì per sfruttarle meglio.

Grazie a capitali enormi, possono:

  • finanziare ricerche nelle università
  • costruirsi un’immagine “sociale” e filantropica
  • influenzare governi e istituzioni tramite lobby potentissime

Nel frattempo molti politici si comportano come bambini davanti a un albero di Natale pieno di lucine: affascinati, distratti, poco inclini a porre regole chiare.

Il GDPR ha provato a mettere alcuni paletti, ma resto scettico:
se alla domanda “Vuoi darci i tuoi dati in cambio del servizio gratuito?” la maggioranza risponde sì, sapere dove i dati risiedono cambia relativamente poco.

Quello che vedo è un impoverimento della democrazia.
Internet doveva essere il regno della partecipazione diffusa; nella realtà:

  • pochi soggetti usano i dati in modo sofisticato per orientare opinioni e comportamenti
  • cresce un’ignoranza di ritorno, alimentata dalla costante attenzione parziale
  • prevale la “dittatura dell’istante”, in cui si reagisce di pancia, non di testa

Start-up, modello Klondike e fine della competenza

Non escludo che, a un certo punto, esploda anche la bolla delle start-up.
In Italia ne abbiamo oltre 7.000, la metà ferme, l’altra metà che vivacchia. Le domande sono semplici:
mancano i finanziatori o mancano le idee davvero innovative?

Stefano Epifani ha sintetizzato bene il rischio, richiamando il “modello Klondike”: nelle corse all’oro, quelli che guadagnano davvero sono sempre i venditori di picconi.
Nel mondo delle start-up, forse dovremmo chiederci chi vende i picconi.

C’è poi un paradosso ancora più grande:
mentre si esaltano I.A., innovazione e disruption, la competenza viene svalutata.
Si accetta un degrado dello studio, della preparazione, del merito che rischia di portare al collasso definitivo del Paese.

GRU: gruppi di resistenza umana

Per reagire a tutto questo, insieme ad altri docenti, manager e professionisti, ho deciso di promuovere il movimento GRU: Gruppi di resistenza umana.

Non per scendere in piazza urlando slogan, ma per lavorare a un nuovo Rinascimento fatto di:

  • studio serio
  • senso critico
  • educazione
  • formazione continua
  • rifiuto dell’improvvisazione e della retorica facile

In tutta Italia, durante i miei seminari, incontro persone che lavorano ogni giorno con questo spirito.
È da loro che vogliamo partire.

Perché, a sognare in grande, non si sbaglia mai.

Algoritmi e controllo: la distopia che è già tra noi

Il social credit cinese: la distopia diventata realtà

Dalla Cina arriva una notizia che dovrebbe farci riflettere. Sempre più comunità stanno sperimentando sistemi di social credit capaci di classificare i comportamenti dei cittadini, assegnando punteggi e sanzioni a chi scende sotto una certa soglia di “buona reputazione”.
Oggi si valutano infrazioni stradali, fumo nei luoghi vietati, acquisti considerati eccessivi, pubblicazione di notizie reputate false. Domani è facile immaginare cosa potrà essere incluso.

Secondo Channel News Asia, nove milioni di persone non possono acquistare biglietti aerei interni a causa di un punteggio basso.
Uno scenario identico a quello mostrato in una puntata di Black Mirror del 2016.
La fantascienza, ancora una volta, ha anticipato la realtà.

Il mito dell’“umanesimo digitale” e le nuove utopie tecnologiche

Mentre assistiamo al diffondersi di questi sistemi di controllo, continuiamo a sentire parlare di “nuovo umanesimo digitale”. C’è persino chi sostiene che dovremmo cominciare a riconoscere diritti ai robot, perché ormai capaci di comportamenti autonomi.
Un entusiasmo simile si ritrova nel transumanesimo, movimento in crescita nella Silicon Valley che sogna l’uomo ibridato con la macchina per sfuggire alla morte.

Eppure, prima ancora di parlare di diritti dei robot, dovremmo ricordare una semplice verità: la scienza dovrebbe servire l’uomo, non controllarlo.

La voce degli studiosi

Come afferma Stefania Bandini, direttore del Complex Systems & Artificial Intelligence Research Center della Bicocca:
“Viviamo tra la visione utopica dell’I.A. come strumento e quella distopica che ci mostra quanto possa diventare minacciosa. Occorre vigilare”.
E il punto è proprio questo: non stiamo vigilando abbastanza.

Controllo sociale e algoritmi che decidono al posto nostro

Il social credit cinese dimostra quanto velocemente l’I.A. possa essere usata per manovrare le persone.
E anche dove il controllo pare meno evidente, gli effetti degli algoritmi sono sotto gli occhi di tutti: sfruttamento commerciale dei dati, manipolazione delle scelte, erosione della privacy.

Alla domanda «Rinuncereste ai social network per proteggere la vostra privacy?» la maggioranza risponde «no».
La sorveglianza, quindi, resta.

Il rovescio del successo digitale

Il trionfo di Amazon è un caso di scuola: un modello straordinario per il consumatore, devastante per il lavoro. Le analisi di Quartz mostrano che i posti creati sono pochi e mal retribuiti.
Come ha scritto il Financial Times:
“Gli algoritmi garantiscono un controllo che nemmeno il più radicale Taylorista avrebbe potuto immaginare”.

Il nuovo proletariato digitale

Nelle catene logistiche, lo stipendio si aggira attorno ai 13 dollari l’ora per un lavoro simile a quello denunciato da Chaplin in Tempi Moderni.
Nella gig economy, i fattorini guadagnano due euro a consegna, con bici e motorino a proprio carico.

Di fronte a questo scenario la domanda diventa inevitabile:
lo sviluppo tecnologico è al servizio dell’uomo o solo dei pochissimi uomini sempre più ricchi che non hanno vincoli etici?

Purtroppo, quando si chiede di tracciare confini morali per scienza e tecnologia, si viene accusati di oscurantismo. Ma è davvero così folle chiedere equilibrio?

Un nuovo umanesimo sì, ma centrato sull’umano

Ben venga parlare di “umanesimo digitale”, ma solo se al centro resta l’essere umano.
Soprattutto ora che le previsioni distopiche della fantascienza si stanno avverando una dopo l’altra.

Tornare alle leggi di Asimov

Forse è arrivato il momento di rispolverare le tre leggi della robotica di Isaac Asimov, formulate negli anni Quaranta.
All’epoca sembravano un gioco intellettuale; oggi sono un’urgenza.
Se non vogliamo ritrovarci dentro una distopia non più immaginata, ma vissuta.